IL DHAMMA E’UNA RELIGIONE?
La
risposta a questa domanda non può essere che negativa almeno nel senso
comune di questa parola. Infatti il Buddhismo non è “un sistema di fede
e obbedienza nell’adorazione di un essere superiore e invisibile.”
Il
buddhismo non richiede fede cieca ai suoi seguaci perché ogni
atteggiamento dogmatico viene negato e sostituito dalla “fiducia nella
conoscenza” che in Pali si traduce con il termine di “Saddhaa”.
La
fiducia che il seguace deve riporre nel Buddha, è assai simile a quella
che il paziente nutre verso il suo medico, oppure quella dell’allievo
verso il suo insegnante.
Il Buddhista inoltre confida negli insegnamenti del Buddha perché con la Sua esperienza scoprì il Sentiero della Liberazione.
Il
Buddhista non cerca rifugio nella figura del Buddha nella speranza di
essere salvato dal Suo sacrificio e penitenza per ottenere la
Purificazione. Il Buddha non offre alcuna garanzia a questo riguardo.
Non è nel potere del Buddha lavare le impurità degli altri.
Il Buddha offre consigli e istruzioni ma solo noi siamo responsabili della nostra purificazione.
Sebbene
il Buddhista cerchi rifugio nel Buddha egli non compie alcuna fuga da
se stesso. Un Buddhista non deve sacrificare la sua libertà
intellettuale nel diventare seguace del Buddha. Ogni seguace è libero
di esercitare la sua volontà e sviluppare al massimo la sua conoscenza
fino a diventare anche lui un Buddha.
Il punto di partenza di ogni vero buddhista è il “ragionamento” oppure ”discernimento” oppure, con altre parole, Sammaa Ditti.
A coloro che sono animati dalla volontà di verità il Buddha dice:
“
Noi non accettiamo per semplice sentito dire; noi non accettiamo tutto
per semplice o consolidata tradizione; noi non accettiamo su semplice
racconto o per voci raccolte qua e là; noi non accettiamo qualcosa
giusto perché in accordo con le vostre scritture; noi non accettiamo
alcunché per semplice ipotesi; Noi non accettiamo la semplice
inferenza; noi non accettiamo qualcosa solo considerandone le
motivazioni; noi non accettiamo qualcosa giusto perché è in accordo con i
vostri pregiudizi; noi non rifiutiamo alcunché solo perché sembra
apparentemente inaccettabile; noi non accettiamo le parole di un
maestro solo perché dobbiamo portargli rispetto.
Quando
pensi tra te e te: queste cose sono immorali, queste cose sono
maledette, queste cose sono separate dalla saggezza, queste cose, se
perseguite o intraprese, conducono alla rovina e alla disperazione;
allora, per i motivi qui detti, devi rifiutarle.
Quando
pensi tra te e te: queste cose sono morali, queste cose sono
irreprensibili, queste cose sono piene di saggezza, queste cose, se
perseguite e intraprese producono felicità e benessere; allora, per i motivi qui detti, dovrai scegliere di vivere in accordo con esse.”
Le ispirate parole del Buddha, pronunciate circa 2.500 anni fa, ancora conservano l’originaria forza e freschezza.
Poiché
il Buddhismo non richiede, come sistema religioso e filosofico nessun
atto di fede, qualcuno potrebbe credere che il Buddhismo sia alieno
dalla venerazione di immagini sacre.
I
Buddhisti non venerano le immagini sacre aspettando in cambio di ciò
ricompense materiali o benefici spirituali ma mostrano così la loro
devozione a ciò che queste immagini rappresentano.
Il
vero buddhista nell’offrire fiori e incensi all’immagine del Buddha
testimonia di sentire, presente dentro di sé, il Buddha ancora vivo e,
ottenendo ispirazione da questa nobile personalità, respira la Sua
compassione totale, assoluta, senza limiti.
Il Buddhista, nella sua idolatria, non fa che testimoniare al Mondo di muoversi lungo il nobile percorso esistenziale disegnato dal Buddha.
L’albero
del Bo rimane il simbolo dell’ ottenuta Illuminazione. Questo oggetto
naturale non è necessariamente immagine di devozione ma è in realtà una
pianta molto utile ed è capace di attirare l’attenzione delle persone.
Una persona intellettuale è dispensata dalla loro adorazione, potendo
questa stessa persona, facilmente focalizzare la sua attenzione e visualizzare la figura del Buddha.
Per
la nostra stessa salvezza e senza chiederà alcunché in cambio, noi
esibiamo questa forma di rispetto interiore perché ciò che il Buddha si
aspetta dai Suoi discepoli non è tanto obbedienza ma la pratica attiva
dei Suoi insegnamenti. Dice il Buddha: “colui che mi ama di più è colui che pratica i miei insegnamenti.”
Dice il Buddha: “Colui che conosce il Dhamma, conosce me”
In
relazione al problema delle immagini qualcuno annota : “Io non vedo, al
Mondo alcunché di più elegante delle immagini di Buddha: E’
l’incarnazione perfetta della spiritualità nella sua totale estensione
esterna.”
E’
necessario a questo punto aggiungere che, nelle preghiere buddhiste,
non c’è spazio per richieste o intercessioni. Per quanto possiamo
invocare il nome del Buddha, Questi non può
intercedere per noi. Il Buddha non garantisce particolari dispense a
chi lo prega. Al posto di vuote preghiere il Buddha indica la via della
meditazione che conduce all’autocontrollo, alla purificazione, alla
liberazione: all’Illuminazione.
Meditare
non significa fantasticare in silenzio e neppure mantenere la mente
vuota. E’ uno sforzarsi attivo e consapevole. La Meditazione può
servire come tonico del sistema circolatorio, come per il buon
funzionamento della mente. Il Buddha non solo parla delle preghiere
come gesti inutili ma disprezza anche un comportamento troppo servile.
Un Buddhista non prega per essere schiavo ma per poter, contando su sé
stesso, ottenere la sua liberazione.
“
Le preghiere assumono il sapore di una privata comunicazione. Di un
baratto con la divinità. Essa viene recitata con l’obiettivo di
soddisfare ambizioni mondane, accendendo tutti i sensi della persona.
Come ben dice Sri Radhakrisnan: “Possiamo
affermare che la Meditazione è uno sforzo attivo per cambiare sé
stessi. ”Il Buddhismo non ha, come molte religioni, un Dio onnipotente
da obbedire e temere. Buddhista non crede ad un Essere Superiore:
onnipotente, onnisciente, onnipresente. Il Buddhismo non crede nei
miracoli e nei messia. Il Buddhista perciò non è obbediente ad un Dio
che controlla i destini di tutti e offre, arbitrariamente pene o
ricompense. Poiché il Buddhismo non crede nelle rivelazioni degli Dei non reclama il monopolio della verità e non combatte le altre religioni.
Il
Buddhismo riconosce solo infinite capacità latenti in tutte le persone
e ammonisce che è possibile percorrere il sentiero che conduce alla
liberazione dalla sofferenza e dal dolore con i propri sforzi, senza
aiuti divini o mediazioni da parte del clero.
Il
Buddhismo, perciò, non può essere considerato una religione in senso
stretto, perché non è un sistema di fede, devozione e obbedienza; neppure
”un atto esteriore e formale con il quale le persone ammettono
l’esistenza di Dio o di più Dei che hanno potere sui loro destini e ai
quali è dovuta obbedienza, ossequio e venerazione.
Se con
la parola “religione” vogliamo indicare: “un insegnamento non
superficiale che guardi alla vita stessa delle persone; un insegnamento
che sia “nella vita” e non solo “accanto ad essa”; un insegnamento che
fornisca alle persone una giusta linea di condotta, rispettando questo
punto di vista; un insegnamento che renda capaci coloro che lo
praticano di affrontare la vita con coraggio e la morte con serenità”
oppure un sistema che ci liberi da sofferenze, dolori e malattie,
allora il Buddhismo è certamente una religione trale religioni.
LA RINASCITE
Fin
quando la forza kammica esisterà, esisterà anche la reincarnazione
perché gli esseri umani sono la semplice manifestazione visibile della
forza kammica. La morte non è altro che un evento temporaneo
di una situazione temporanea. La vita organica è cessata ma la forza
kammica che l’ha sostenuta fino a quel punto non è andata distrutta.
Poiché la forza kammica rimane intaccata dalla disgregazione del corpo
inteso come fenomeno transitorio; l’evaporazione del presente in un
“morto pensiero fuggevole ” è la vera condizione per una immediata
consapevolezza in una futura ri-nascita.
E’ il Kamma avviluppato dall’ignoranza e dalla bramosia che condiziona la lunghezza del ciclo delle rinascite.
IL
Kamma passato condiziona l’attuale nascita, il Kamma presente,
combinato con il Kamma precedente, condiziona il futuro. Il presente
prende forma dal passato, diventando, a sua volta “parente” del futuro.
Se
noi ipotizziamo una vita passata, una vita presente e una vita futura,
abbiamo a che fare con il connesso, affascinante problema “Da cosa ha
origine la vita?”
Un
modo di pensare e risolvere il problema è ammettere una “causa prima”,
intesa come Dio o Essere Onnipotente o sostanza originaria.
Alcuni
osservano che in questo modo di ragionare si nasconde una tautologia
oppure una equazione circolare: la causa diventa l’effetto mentre
l’effetto diventa la causa. Questa posizione è ben illustrata dalla
nota affermazione di Baruch Sinoza: “ Deus sive natura”.
Perciò il Buddhismo più prudentemente in relazione alla nascita della vita parla di Matrice di Azione (Kammayoni).
Per il fatto di essere nati “ qui” un essere umano deve anche morire in qualche luogo.
La
nascita di un essere, nel mondo presente, corrisponde alla morte di un
altro essere in una vita passata. Così in altri termini il sorgere del
sole in un determinato luogo significa il tramonto dello stesso in un
altro luogo.
Queste
affermazioni, solo in parte enigmatiche, possono essere meglio intese
guardando alla vita come “una grandezza indeterminata” e non come una “
grandezza determinata” o determinabile.
Nascita e morte sono solo due facce della stessa medaglia.
La
nascita precede la morte, ma in un’altra situazione la morte precede la
nascita. La successione di nascita e morte, in connessione con il
fluire delle vite individuali, costituisce ciò che tecnicamente viene
indicato con il termine di Samsaara; che può essere tradotto
letteralmente come: “ rinnovato vagare”.
Su questo punto il Buddha dice “ Il Samsaara è senza una conoscibile fine.
Al
primi inizio della vita, chi, ostacolato dall’ignoranza e oppresso
dalla bramosia, vaga e passa oltre, non deve essere osservato.”
Il fluire della vita procede ad infinitum e, tanto più a lungo, quanto l’essere umano si nutre del fango dell’ignoranza e della brama.
Quando
questi due aggregati vengono completamente cancellati, solo allora , se
uno così desidera, il ciclo delle nascite e delle morti cessa come nel
caso del Buddha, degli Arahat e dei Boddhisattva.
Il
Buddha ha sempre riflettuto sul ciclo delle vite degli esseri umani ma
è compito degli scienziati indagare sull’origine e sull’evoluzione
della vita e della materia che compone l’universo.
Il
Buddha non fa alcun tentativo per risolvere definitivamente questo
genere di problemi teologici e filosofico e scientifici tali da rendere
perplesse le valutazioni dei singoli individui. Egli non tratta cose
separate dal miglioramento morale fino all’Illuminazione.
Non
chiede ai suoi fedeli fede cieca circa l’esistenza di Dio oppure se
Questi sia solo “essenza”, separata dal Mondo, oppure “sostanza” e
presenza.
Il suo interesse si limita al problema della sofferenza e del dolore, indicando i mezzi o procedimenti per la sua distruzione.
Con
la mente ben attenta a questo specifico, pratico problema, tutti gli
altri temi di riflessione, giudicati irrilevanti o indecidibili,
vengono lasciati cadere.
Allora perché crediamo in una vita passata?
La
prova più concreta che i Buddhisti citano a favore della rinascita è il
Buddha stesso che sviluppò un tipo di conoscenza che lo rendeva capace
di leggere le vite passate e quelle future.
Seguendo
le sue istruzioni, molti Suoi discepoli si impadronirono di questa
conoscenza e divennero ben presto capaci di leggere molte delle loro
vite passate.
Inoltre
nella tradizione indiana, prima della comparsa del Buddha, era nota la
presenza di tali poteri psichici come la chiaroveggenza, la lettura
dell’altrui pensiero, il ricordo delle vite precedenti, ecc.
Ci
sono persone che, in disaccordo con le leggi dell’associazione mentale,
spontaneamente attivano la memoria delle loro precedenti nascite,
ricordando frammenti delle loro passate esperienze.
Così
sono classificabili alcune manifestazioni psichiche, rilevate da
numerosi operatori della mente, di strani casi di personalità
“oscillanti” o “multiple”.
In
stato di ipnosi, alcuni rivelano situazioni e immagini vissute durante
le loro vite precedenti, mentre altri riescono a leggere le loro
precedenti vite, oppure a sanare gravi malattie.
In alcune circostanze ci impattiamo in fenomeni che non possono essere spiegati senza la teoria della rinascita.
Quante volte incontriamo una persona totalmente sconosciuta e, allo stesso tempo, la avvertiamo come a noi familiare?
Quante volte visitando una località mai vista prima, abbiamo l’impressione di conoscere già quel paesaggio?
Dice
il Buddha. “ E’, attraverso associazioni precedenti o attuali benefici,
che il vecchio amore nasce di nuovo prendendo forma, dalle acque, come
un fiore di loto.”
L’esperienza
di affidabili psicologi e psichiatri, che raccontano di fenomeni
medianici, di comunicazioni (a viventi) da parte di persone scomparse,
di personalità “schizzoidi” o “multiple”, possono portare qualche
contributo per illuminare il problema della rinascita.
In
questo mondo ci sono stati, e ci sono, sublimi maestri perfetti come il
Buddha e altre persone altamente rappresentative (Omero, Platone,
Shakespeare, Mozart, Kant, Beethoven, ecc.). La loro ispirazione è
stata immediata? La loro esperienza è frutto di una singola esistenza?
I caratteri ereditati da soli non bastano a giustificare l'immensità delle loro opere.
Come
hanno potuto raggiungere altezze così vertiginose se non hanno condotto
vite impeccabili e lavorato a simili esperienze nelle loro vite passate?
E’ solo frutto del caso se siamo nati in quella famiglia oppure in quel luogo, sotto così favorevoli circostanze?
I pochi anni che abbiamo il privilegio di vivere durante la nostra vita presente, sono sufficienti per creare una fama eterna?
E’ molto logico affermare che il presente scaturisca dal passato e che il futuro è in stretta relazione con il presente:
Così
se noi affermiamo di essere già vissuti in passato non c’è nessuna
difficoltà a credere che possiamo continuare ad esistere anche nel
futuro, quando l’attuale esistenza è apparentemente cessata.
Un
altro elemento a favore della possibilità di rinascita, è la ripugnanza
morale che ciascuno di noi dovrebbe provare nel vedere che nel mondo,
esistono persone meritevoli che sono sfortunate, accanto a persone
ignobili che sono invece ricche e fortunate.
Sia
se crediamo nell’esistenza di vite passate sia se non lo crediamo, la
teoria della rinascita rimane un’ipotesi ragionevole, che può spiegare
alcune contraddizioni della vita anche quotidiana.
Se
l’idea di vita passata e la legge del Kamma non sono sufficienti a
spiegare le differenze tra gli esseri umani, come risulta possibile che
un autore come Shakespeare, con un’esperienza di vita limitata e
ristretta, sia stato capace, con meravigliosa esattezza, di descrivere
i più disparati tipi psicologici, le situazioni più estreme e tante
altre cose di cui non ha potuto avere esperienza diretta?
Come mai l’opera di un genio travalica spesso la sua esperienza quotidiana? Perché infine esistono infanti e bambini precoci?
Per concludere, si potrebbe dire che la dottrina della rinascita non può essere né negata né dimostrata, ma i buddhisti la accettiamo come fatto evidente di per sé.
NIBBAANA
Il susseguirsi di nascita e morte continua ad infinitum
finché tale flusso si trasforma, in Nibbaana, il vero obbiettivo di
ogni buddhista. La parola di origine pali, Nibbaana, è formata da Ni e
da Vaana. Ni è una particella di sapore negativo, mentre Vaana
significa desiderare o bramare. Possiamo dunque tradurre Nibbaana come “ separazione dalla bramosia” oppure , più semplicemente, “non attaccamento”.
Può
anche definirsi come estinzione della brama, dell’odio e
dell’ignoranza. “ tutto il mondo è in fiamme – disse il Buddha – ma
qual è il fuoco che lo fa ardere? E’ il fuoco della bramosia,
dell’odio, dell’ignoranza; è il fuoco della nascita, della vecchiaia,
della morte, del dolore, della lamentazione, della sofferenza,
dell’afflizione, della disperazione”
Non
si dovrebbe intendere il Nibbaana come uno stato di annullamento o di
vuoto, per il fatto che non possiamo descriverlo attraverso le parole
che usiamo nella nostra vita mondana. Uno non può infatti dire che non
ci sono luce e colore, solo perché esistono
i non vedenti. E’ anche molto nota la storia del pesce che, dialogando
con un altro pesce, concludono trionfalmente che non esiste terra ma
solo acqua.
Il
Nibbaana, per il Buddhista, non è semplice vuoto e neppure una
condizione di annullamento, ma ciò che veramente è, non può essere
raccontato con semplici parole. Il Nibbaana è un Dhamma che “ non ha
origine, non ha nascita, non è frutto della Creazione, non ha forma.”
E’ invece eterno (Dhuva), Desiderabile (Subha) e pieno di gioia (Sukha).
Il
Nibbaana non può essere collocato in alcun luogo particolare e non può
essere disegnato come una specie di Paradiso dove vivono gli elementi
trascendentali dell’Io. E’ uno stato della mente che dipende dal corpo
in se stesso. E’ un “risultato” che è presente nella ricerca di
totalità, completezza, perfezione. Il Nibbaana è una condizione ultra-
mondana che può essere conseguita anche nella presente esistenza. Il
Buddhismo, non afferma che questa esperienza particolare della mente e
del corpo può essere raggiunta nella vita dopo la vita. Questa, è la
principale differenza tra la concezione Buddhista del Nibbaana e la
fiducia in un eterno Paradiso, in cui è possibile entrare dopo la
morte, per godere della visione di Dio come Essere Perfettissimo.
Quando
il Nibbana viene raggiunto in questa vita con ancora la presenza del
corpo viene chiamato Sopaadisesa Nibbaana-dhaatu. Quando un Arahat
ottiene il Nibbaana, dopo la dissoluzione del corpo, quando
l’esperienza fisica non è neppure un ricordo, allora viene definito
come Anupaadisesa Nibbaana-dhaatu.
Da
un punto di vista metafisico il Nibbaana è liberazione da sofferenza e
dolore. Da un punto di vista psicologico il Nibbaana è la separazione
dall’egoismo. Da un punto di vista etico è la distruzione della brama,
dell’odio, dell’ignoranza.
A
coloro che chiedevano se un Arahat viva o non viva dopo la morte il
Buddha così rispose: “ L’Arahat che si sia liberato dei cinque
aggregati, è profondo o incommensurabile come l’immenso oceano. Dire
che egli è rinato, non descrive il suo caso; dire che né è rinato né è non rinato, non descrive il suo caso.”
Non
si può dire che un Arahat sia rinato se, nella sua vita, è riuscito ha
cancellare tutte le passioni che condizionano la rinascita; neppure si
può dire che l’Arahat si è estinto perché non era rimasto alcunché da
estinguere.
Per
concludere questo capitolo vogliano ricordare al lettore il noto
paradosso del Gatto elaborato dalla fisica moderna, secondo il quale se
noi abbiamo un gatto chiuso in una scatola con del veleno, non possiamo
dire se il Gatto sia vivo oppure morto ma dobbiamo dire necessariamente
che il gatto “è vivo e morto.” Questo è il tipo di risposta paradossale
che il Buddha dà alle domande di tipo metafisico, come quelle relative
all’immortalità dell’anima, alla struttura infinita, o meno,
dell’Universo, ai fondamenti ultimi della Materia, ecc.
IL SENTIERO PER IL NIBBAANA
Come si può raggiungere il Nibbaana?
Questo
può essere raggiunto seguendo le indicazioni del Nobile Ottuplice
Sentiero che consiste nella giusta conoscenza (Sammaa-ditthi), nel
giusto pensiero (sammaa-sankappa), nella giusta parola (
sammaa-vaacaa), nella giusta azione (sammaa-Kammanta), nella giusta
attività o stile di vita (sammaa-ajiva), nel giusto sforzo
(sammaa-vaayaama), nella giusta consapevolezza (sammaa-sati) e nella
giusta concentrazione (sammaa-saamaddhi).
1.Giusta
Conoscenza: questa è la nota centrale di tutto il Buddhismo e viene
spiegata come conoscenza delle Quattro Nobili Verità. Il conoscere
nella maniera giusta, significa conoscere le cose come realmente sono e
non come sembra che siano. Ciò si riferisce principalmente alla
corretta conoscenza di se stessi, perché come si afferma nel Rohitassa
Sutta: “Dipendere dall’esperienza totale del corpo, sposandolo con il
suo livello di coscienza, contiene già tutte le Quattro Verità. Il
giusto grado di conoscenza sta bene all’inizio come anche alla fine. Un
minimo grado di giusta conoscenza è necessaria all’inizio perché offre
la giusta motivazione per proseguire verso gli altri percorsi
dell’Ottuplice Sentiero: dà cioè la corretta direzione. Alla fine di
ogni pratica la giusta conoscenza è maturata in Perfetta Consapevolezza
Interiore (Vipacsanaa-pannaa) ciò conduce allo stato di Boddhisattva.
2.
Una corretta conoscenza o consapevolezza, conduce ad un corretto modo
di pensare. Il secondo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero, è
composto da: Giusti Pensieri (sammaa-
sankappa). Lo sviluppo di Giusti Pensieri, aiuta anche a risolvere i
problemi posti dalle contraddizioni esistenziali, quali bene e/o male,
giusto/ingiusto. Il giusto modo di pensare può così essere
esemplificato:
i)nekkhamma:
rinuncia ai piaceri mondani e la pratica del distacco e dell’altruismo
che sono opposti a bramosia, egoismo, possessività.
ii)Avyaapaada: amorevole bontà, gentilezza e compassione che si oppongono a odio, malvagità, villania, ecc.
4. Il retto pensare conduce al “giusto discorso” come anche alla “corretta parola”. Ciò include l’assenza di menzogne, parole volgari, discorsi inutili.
5. Il giusto pensare, deve essere seguito dal Giusto gesto oppure Azione giusta. Ciò comprende la condanna dell’omicidio, del furto, della condotta sessuale disdicevole.
6.Dopo
aver purificato i suoi pensieri, le sue parole, i suoi gesti e le sue
azioni il pellegrino del Dhamma deve ora purificare le sue attività
tenendosi lontano da cinque tipi di commercio e produzione: i) armi.
ii) esseri umani. iii) animali destinati alla macellazione. iiii)
bevande inebrianti o psicotrope. iiiii) veleni.
Agli
aspiranti monaci sono espressamente vietati comportamenti falsi,
opportunisti o ipocriti per ottenere l’ingresso nella Sangha
6. Il Giusto Sforzo può essere così ripartito:
lo sforzo di allontanare il male appena esso si presenta
lo sforzo di prevenire l’apparire del male non ancora presente
lo sforzo di sviluppare il bene non ancora presente
lo sforzo di promuovere il bene non ancora visibile
7.La Giusta Consapevolezza, è la consapevolezza costante del corpo dei sentimenti, dei pensieri e dell’oggetto della mente.
Giusto
sforzo e giusta Consapevolezza conducono alla “giusta concentrazione”.
E’ questo stato particolare della mente che culmina nella Jhana o vuoto
meditativo.
Di
questi otto elementi che compongono l’Ottuplice sentiero, i primi due
sono raggruppati sotto l’etichetta di Saggezza (pannaa) le seguenti tre
sotto il concetto di Morale (sila) e gli ultimi tre sotto il termine di
Concentrazione (samaadhi). Ma secondo l’ordine della sua evoluzione la
sequenza appare come segue:
1.Morale: i) giusta parola ii) giusta azione iii) giusta attività
2.Concentrazione: i)giusto sforzo ii)giusta consapevolezza iii) giusta concentrazione
3.Saggezza: i) giusta conoscenza ii) giusti pensieri
La moralità (Sila) è il primo necessario passo sul sentiero che conduce al Nibbaana.
Senza
uccidere o causare danni ad alcuna creatura vivente, un seguace del
Buddhismo dovrebbe essere compassionevole e misericordioso verso tutti,
anche verso le piccolissime creature che si muovono sotto i nostri
piedi. Tenendosi lontano dal furto, tutti dovrebbero essere giusti e
onesti nelle loro azioni e nelle loro attività. Astenendosi da relazioni sessuali
disdicevoli, che indeboliscono la vera natura dell’essere umano, è
possibile mantenersi puri. Liberatosi dalle menzogne e dalle falsità,
il vero Buddhista dovrebbe sempre vivere nella verità. Rifiutando
bevande inebrianti che producono stordimento e trasandatezza, il
seguace del Buddha dovrebbe essere costantemente sobrio e controllato.
Questi
principi elementari, elaborati per regolare i comportamenti
individuali, sono essenziali per percorrere il sentiero che conduce al
Nibbaana. La violazione di queste proibizioni significa porre ostacoli
sul sentiero verso il Nibbaana, indebolendo la forza morale del
praticante. L’osservanza di questi principi, produce una dolce, ma
forte spinta per percorrere L’Ottuplice Sentiero. Il pellegrino del
Dhamma, disciplinando pensieri, parole e gesti, può facilmente
raggiungere uno stato ancora più avanzato, cercando di controllare il flusso delle sue sensazioni.
Mentre
si procede con calma e fermezza nel controllare sensazioni e azioni, la
forza del Kamma, presente in ognuno di noi, può spingere a rinunciare
ai piacerti mondani, adottando uno stile di vita ascetico.
Non
dovrebbe invece intendersi che ognuno di noi sia costretto a condurre
la vita di Bhikkhu o praticare la castità per raggiungere il proprio
obiettivo.
Un particolare tipo di percorso spirituale ed esistenziale è sperimentato da chi diventa Bhikkhu.
Mentre un seguace laico del Buddha, può anch’esso aspirare a diventare un Arahat.
Una volta raggiunto questo livello, il seguace scrupoloso può diventare Boddhisattva o Santo.
Dopo di ciò, tutto questo porta a scegliere e condurre una vita monastica.
Dopo
essersi assicurato un solido appoggio sul terreno della moralità il
seguace del Buddha può affrontare la pratica più elevata della
Samaadhi: la consapevolezza e il controllo della Mente.
Questa è la seconda tappa sul sentiero del Nibbaana.
Samaddhi
è uno stato “intero” o assoluto della Mente. E’ la concentrazione della
mente su di un suo “oggetto” con la completa esclusione di ogni altra
irrilevante faccenda o esercizio.
Ci
sono differenti situazioni o stati di meditazione a seconda dei diversi
temperamenti individuali. La concentrazione sul respiro è la più facile
per ottenere l’attenzione della mente.
La meditazione sull’Amorevole Bontà, è invece molto benefica per condurre ad uno stato mentale di serenità.
Il
perseguire i quattro sublimi stati di: i) amorevole bontà (Mettaa), ii)
compassione (Karunaa), iii) gioia condivisa (Muditaa), iiii) equanimità
(Upekkha) è sempre altamente consigliata.
Dopo aver attentamente considerato i vari stati di contemplazione,
concentrazione e meditazione, ciascuno dovrebbe scegliere quello che
più si adatta al suo carattere o temperamento.
Quando
tutto ciò si è sufficientemente sedimentato, l’aspirante buddhista,
deve compiere uno sforzo persistente per indirizzare l’attenzione della
sua mente fino al punto di assorbirla o occuparla completamente.
Solo allora, quasi meccanicamente, tutti gli altri pensieri scompaiono ipso facto, dalla sua esperienza mentale.
I
cinque ostacoli ai procedimenti della meditazione, ovvero: 1) il
desiderio dei sensi, 2) l’odio, 3) il torpore e la pigrizia, 4)
irrequietudine o l’ansia, 5) il dubbio, vengono così temporaneamente
sospese.
Si può in certi casi ottenere una “concentrazione” estatica e un senso di gioia indescrivibile e totale.
E’ lo stato di Jhaana che esperimenta la calma e la serenità della mente concentrata in un solo punto.
MEDITAZIONE SULL’AMORE BENEVOLO
Ripetere mentalmente almeno due volte al giorno seduto come nella meditazione sul respiro
Si stabile e pacifico:
Rendo onore al Buddha
Rendo onore al Buddha
Rendo onore al Buddha
Saluto nel Buddha la purea
Saluto nel Buddha la purezza
Saluto nel Buddha la purezza
Trovo rifugio nel Buddha
Trovo rifugio nel Dhamma
Trovo rifugio nella Sangha
(i non Buddhisti possono omettere questa premessa)
RIPETERE MENTALMENTE
La mia mente
è temporaneamente
pura
Libera
da tutte le impurità
Libera
dalla bramosia,
dall’odio,
dai pensieri malvagi.
La mia mente
è limpida e pura:
la mia mente
è immacolata
come
un lucido
specchio
Come un vaso
vuoto e pulito
Si riempie
di acqua pura
così riempio
il mio cuore
immacolato
E la mia mente
vuota,
Con pensieri
di nobiltà e pace
Di infinito,
benevolo
amore
Di gioia condivisa
Di perfetta equanimità
Ho appena lavato
La mia mente
e il mio cuore
Dal rancore
Dalla cattiva volontà
Dalla violenza
Dalla gelosia
Dall’invidia
Dall’angoscia
Dall’avversione
RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE
Possa io stare bene
e essere felice!
Possa io essere libero
dalla sofferenza!
Dalla malattia
Dall’angosci
Dal dispiacere!
Dall’ira.
Possa io essere forte
e fiducioso!
In salute e pace!
RIPETERE MENTALMENTE:
Ora io copro
ogni particella del mio corpo
dalla testa fino ai piedi
con pensieri
di infinito amore benevolo
e infinita compassione.
Io sono l’incarnazione
dell’amore benevolo
e della compassione.
Il mio intero corpo
è colmo
di gentilezza amorevole
e misericordia.
Io sono una fortezza invincibile
di amore benevolo
e compassione.
Io non sono altro
che amore benevolo e compassione.
Ho sublimato me stesso,
Ho innalzato me stesso,
Ho nobilitato me stesso,
RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE
Possa io stare bene
e essere felice!
Possa io essere libero
dalla sofferenza!
Dalla malattia
Dall’angoscia
Dal dispiacere!
Dall’ira.
Possa io essere forte
e fiducioso!
In salute e pace!
RIPETERE MENTALMENTE:
Con la mente
intorno a me
ho creato un’immagine
di benevolo amore.
A mezzo di questa immagine,
ho reciso
tutti i miei pensieri negativi,
le vibrazioni ostili,
e non sono afflitto
dalle cattive vibrazioni altrui.
Ho reso bene
al posto di male,
benevolo amore
al posto di ira,
compassione
al posto di crudeltà,
gioia condivisa
al posto di gelosia.
Ho la mente
pacificata ed equilibrata.
Ora sono difeso
dall’amore benevolo
e sono forte
della mia moralità.
Ciò che ho guadagnato
ora lo dono ad altri.
PENSARE COSI’
Pensa
ora a tutti coloro che ti aspettano, singolarmente ho collettivamente e
coprili di amore benevolo e indirizza loro voti di pace e gioia.
Pensa
poi a tutti gli esseri viventi, a quelli che conosci e a quelli che non
conosci, a coloro che ti stanno vicino e a coloro che ti stanno
lontano, ad est come ad ovest, a sud come a nord, a quelli che stanno
in alto a quelli che stanno in basso.
Irraggia
amore benevolo senza riserve o indugi, verso tutti, senza badare alle
differenze di classe sociale, di pensiero, di colore, di sesso.
Pensa a tutti come fratelli o sorelle, immersi nel fluire della vita.
Identifica te stesso con tutti.
Tu sei te stesso e tutti loro.
RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE:
Possano tutti i viventi
stare bene ed essere felici!
Augura loro pace e gioia.
AANAAPAANA SATI
CONCENTRAZIONE O RESPIRAZIONE CONTROLLATA
Anapati
sati significa letteralmente respirazione meditativa; anaa significa
inspirazione e apaana espirazione. La meditazione sul resspiro conduce
rapidamente a concentrare la mente su di un punto solo o singolo
oggetto mentale. Alla fine di questo processo si può raggiungere lo
stato mentale dello Sguardo Interiore Profondo che può condurre, a sua
volta, alla condizione di Arahat e Boddhisattva
Il Buddha praticò a lungo la meditazione sul respiro prima di raggiungere l'illuminazione.
ventilate
la stanza accendete un incenso mettete un poco in ordine il luogo dove
avete deciso di meditare sono piccoli gesti che facilitano la
concentrazione
stendete
il tappeto della meditazione accanto ad un muro per i principianti
questa è una prudente abitudine lo sguardo dovrebbe convergere ad est
sedetevi non lontano dal muro con le gambe incrociate e il posto ben
eretto con lo sguardo parzialmente inclinato gli occhi possono essere
chiusi o appena chiusi.
I
più Bravi possono stando seduti poggiare il piede sinistro sulla coscia
destra oppure il piede desto sulla coscia sinistra a secondo delle
condizioni di minor sforzo.
I Perfetti sederanno comodamente nella abituale posizione del loto quella illustrata in copertina
Fate
alcune profonde respirazioni e poi far tornare il respiro regolare fate
questo tre o quattro volte quando inalate più del normale ricordate di
non forzare. Mentalmente potete contare che non interferisce con la
purezza della meditazione dovete sempre ricordare che una espirazione è
lunga almeno il doppio della relativa inspirazione e così inspirando e
espirando, l lentamente molto lentamente noi pratichiamo la
concentrazione luce per la mente e salute per il corpo
Dopo
aver preso confidenza con questo tipo di meditazione una persona
diventa consapevole che il cosiddetto corpo può essere privato di tutto
ma non del respiro.
Coloro che sviluppano lo Sguardo Interiore Profondo otterranno la condizione di Arahat o Boddhisattva.