LA VITA DELL BUDDHA

 

Nel giorno di luna piena del mese di Maggio dell’anno 623 a. C. nacque nei pressi dell’attuale Nepal un Principe Indiano della famiglia Sakya il cui nome era Siddhatta Gotama e il cui destino era di diventare uno dei più ascoltati maestri religiosi di tutte le epoche. Cresciuto nel lusso più sfarzoso e avendo ricevuto l’educazione adatta per un Principe si sposò ed ebbe un figlio.

La sua natura contemplativa e il suo animo compassionevole oltre ogni misura non gli permisero di gioire dei transitori piaceri materiali del suo ambiente regale.

Lui non conobbe problemi ma provò profonda compassione per l’umanità sofferente. Abbandonate comodità e ricchezze, concettualizzò l’universalità del dolore. Il palazzo con tutti i suoi passatempi mondani non fu a lungo congeniale per il compassionevole Principe. Era il tempo giusto per una Sua partenza da quel luogo.

Avendo percepito la vacuità dei piaceri sessuali, all’età di ventinove anni decise di rinunciare ad ogni gioco mondano e indossando il semplice panno giallo degli asceti, solo e senza un soldo, incominciò ad andare in giro in cerca di Verità e Pace.

Fu una rinuncia storica senza precedenti; e questo perché il Suo allontanarsi dalle consuetudini del Mondo non avvenne in età matura ma in pieno vigore e da molto ricco. I libri più antichi affermavano che nessun vero obiettivo poteva essere raggiunto o guadagnato senza qualche forma di stretto ascetismo così il Principe dei Sakya praticò con metodica determinazione tutte le più severe forme di ascetismo: “Aggiungendo veglia a veglia e sofferenza a sofferenza” fece sforzi e esperienza sovrumani per sei lunghi anni.

Ridusse il suo corpo a puro scheletro. Ma presto si accorse che più tormentava il corpo più la Sua mente si indeboliva.

La dolorosa infruttuosa via ascetica che aveva testardamente perseguita si era rilevata alla luce dell’esperienza empirica assolutamente inutile.

Il principe dei Sakya, attraverso la Sua personale esperienza, aveva raggiunto la convinzione che l’eccessiva mortificazione del corpo portava necessariamente ad un indebolimento delle capacità della mente.

Avendo fatto tesoro della Sua specialissima esperienza Il principe dei Sikya decise di indicare un nuovo percorso esistenziale che escludesse gli eccessi dell’auto indulgenza e della mortificazione. Il primo uccide la verità il secondo uccide la mente.

L’unico percorso esistenziale corretto e che conduce al Nibbaana è quello della Via Di Mezzo: Majjhimaa Patipataa. Gli antichi Latini avrebbero invece detto: “In medio stat virtus.”

Questa affermazione presto divenne una delle proposizioni centrali del Suo insegnamento.

Un felice mattino mentre  il Buddha era immerso in una profonda, totale Meditazione senza la guida di nessuna Entità Soprannaturale e guidato solo dai Suoi sforzi e dalla sua saggezza dopo aver sradicato ogni contaminazioni o impurità raggiunse l’Illuminazione (Bodhi) all’età di trentacinque anni. Egli non era nato Buddha ma divenne Buddha con le sue sole forze.

Come perfetta incarnazione di tutte le virtù il suo insegnamento era arricchito da una saggezza senza misura e da una compassione senza confini.

Il Buddha dedicò il lasciti della Sua preziosa vita al servizio dell’intera umanità sia come esempio che come insegnamento, mai dominati da alcuna motivazione personale.

Dopo una predicazione di quarantacinque anni che ebbe successo ovunque egli si recasse, come tutte le persone umane, il Buddha soggiacque all’inesorabile Legge Del Cambiamento diventando così un’altra Cosa non senza aver esortato i Suoi discepoli alla retta osservanza dei Suoi principi e insegnamenti.

Il Buddha fu una persona umana e, come tutte le persone umane, nacque,  visse e si estinse.

Sebbene fosse una persona umana, Il Buddha divenne un essere straordinario (Accharya Manussa) ma non si definì mai come divinità. Il Buddha sottolineò con molta forza questo punto fondamentale e non lasciò nessuno spazio che conducesse qualcuno all’errore di crederlo un divino essere immortale. Fortunatamente non ci fu nessun tentativo di deificazione dell’esperienza del Buddha anche se bisogna aggiungere che nessun dei grandi maestri “è stato ateo come il Buddha ma neppure così somigliante a Dio.”

Il Buddha non è neppure una delle tante reincarnazione della divinità indù Vishnu, come alcuni si ostinano a credere; neppure un redento che liberamente redime gli altri con semplici benedizioni. Il Buddha esortò i Suoi discepoli a contare esclusivamente sulle proprie per raggiungere una completa Liberazione: perché sia “pulizia” che “sporcizia” dipendono da noi.

Nel chiarire la Sua posizione verso i Suoi discepoli e nell'enfatizzare l'importanza della fiducia in se stessi  e dello sforzo individuale il Buddha afferma chiaramente : “Voi dovete mettervi alla prova, esercitando voi stessi. I Tathagata sono solo dei maestri.” Il Buddha ha indicato un percorso ed ha lasciato alla nostra libera scelta la possibilità di seguire il Suo insegnamento per ottenere la purificazione. Dipendere dagli altri significa infatti una resa della nostra stessa persona.

Nell’esortare i Suoi discepoli a confidare solo sulla propria determinazione individuale, il Buddha, nel Parinibbàna Sutta: “ Ci sono isole dentro di noi, ci sono rifugi dentro di noi; non cercate rifugio negli altri.” Queste parole significative sono di per se salvifiche. Esse rivelano quanto sia utile esercitare noi stessi per imparare a raggiungere i nostri obiettivi e come sia invece superficiale o inutile cercare la propria redenzione attraverso saggi eccessivamente tolleranti e implorando per un’illusoria vita felice dopo la morte usando come mezzo l’adorazione di Dei immaginari oppure attraverso inutili preghiere o sacrifici senza senso.

Inoltre il Buddha non reclama il monopolio dell’Illuminazione che, come è inscritto nella natura delle cose, non è una prerogativa di poche o speciali persone.

Il Buddha raggiunse il più alto grado possibile di perfezione cui una persona umana può aspirare e senza un rapporto diretto e stretto con un maestro. Sulla scorta dell’insegnamento del Buddha ognuno di noi può raggiungere il massimo grado di espressione se il soggetto in questione si pone il giusto obiettivo e utilizza le pratiche necessarie per afferrarlo. Il Buddha non definì mai gli uomini come peccatori incalliti, ma al contrario, considerava tutti puri alla nascita. La Sua opinione era che il Mondo non fosse cattivo in sé ma degradato dall’ignoranza. Invece che dissuadere i Suoi seguaci e conservare per sé lo stato raggiunto di perfezione assoluta egli li incoraggia e li conduce sullo stesso Suo sentiero perché le luci dell’Illuminazione (Buddhi) sono latenti in tutti.

In un certo senso tutti siamo potenziali Buddha.

Una persona che aspiri a diventare come Buddha è chiamato con il nome di Bodhisatta che letteralmente significa uomo saggio. Un Bodhisatta è il modello più elegante e completo di vita che può essere seguito in un Mondo dominato totalmente da sentimenti egoici; perciò questa via è più nobile di una vita spesa nell’obbedienza e nella castità.

Il Buddha, come persona umana che ha raggiunto l’Illuminazione, ha annunciato simultaneamente al Mondo le latenti, impensabili possibilità di ogni singola persona e la sua pressoché infinita capacità creativa. Invece di porre un invisibile e super-umano Dio Onnipotente che arbitrariamente controlla i destini dell’umanità  e che lo rende servo di un potere supremo egli innalzo ciò che di buono c’è nell’umanità.

Il Buddha fu quello che predicò che ciascuno può guadagnarsi la propria liberazione e purificazione con il suo solo sforzo senza dipendere da una Divinità esterna  o dal potere di mediazione dei preti.

In un mondo che impone l’egocentrismo come unica ideologia possibile il Buddha indica, come possibilità, un comportamento basato sul “non-interesse”: sul “gesto disinteressato.”

Il Buddha fu quello che si ribellò al degradante sistema delle caste predicando l’assoluta eguaglianza di tutti; dando a tutti eguali opportunità per individuare la propria specificità in ogni situazione che può presentarsi durante la vita.

Il Buddha dichiarò che le porte della felicità e della prosperità sono aperte a tutti, qualsivoglia siano le loro condizioni di vita: ricchi e poveri, santi e criminali. E’ però necessario che desiderino voltare pagina e aspirare alla perfezione.

Irrispettoso delle caste, dei loro colori e di privilegi derivanti dallo status, il Buddha stabilì, per uomini e donne meritevoli, un Ordine monastico democraticamente costituitosi.

Il Buddha non forzò i Suoi discepoli ad essere schiavi né dei Suoi Precetti né della divinizzazione della Sua persona ma permise di esercitare una completa libertà di pensiero.

Il Buddha incoraggiò gli infelici con parole efficaci; aiutò i malati abbandonati; illuminò la vita degli oppressi; purificò la vita corrotta dei criminali.

Il Buddha incoraggiò i deboli, unì i divisi, insegnò agli ignoranti, chiarì ai mistici, elevò gli ignobili, guidò i buoni, diede dignità ai già nobili. Sia ricchi che poveri, sia santi che criminali egualmente Gli offrirono la loro devozione.

Prìncipi dispotici oppure indulgenti, principesse molto famose oppure del tutto ignote, ricchi  taccagni e ricchi generosi, allievi intelligenti e allievi stupidi, i più miserabili, gli intoccabili, gli assassini più crudeli, le prostitute più spregevoli: tutti questi individui hanno tratto beneficio dalle Sue sagge e compassionevoli parole.

La Sua nobile, esemplare, luminosa esistenza è stata fonte di ispirazione per tutti. Le Sue espressioni serene e pacificate donano visioni consolatorie per le persone pie. Il Suo messaggio di pace e tolleranza è accolto da tutti con incredibile gioia e permanente arricchimento da tutti coloro che hanno la fortuna di conoscerlo e praticarlo.

Dovunque il Suo messaggio è stato ascoltato ha lasciato un’orma irreversibile sui costumi sociali e culturali della Società Civile.

Lo sviluppo culturale di tutte le popolazioni buddhiste è dovuto prevalentemente al suo insegnamento. Infatti tutti i paesi buddhisti come Sri Lanka, Burma, Thailandia, Cambogia, Vietnam, Laos, Nepal, Tibet, Cina, Mongolia, Corea, Giappone, ecc., sebbene siano passati circa 2.500 anni dalla Sua estinzione fisica, anche oggi il fascino della sua storia e dei suoi discorsi  influenzano positivamente e nel profondo coloro che ne vengono in contatto.

La Sua inflessibile volontà, la profonda saggezza, l’amore universale, la misericordia senza limiti, la proposta altruista, la storica rinuncia, il comportamento esemplare, la personalità carismatica, l’efficacia dei metodi: tutti questi fattori hanno spinto un quinto della popolazione mondiale a salutare nel Buddha il Perfetto dei Maestri.

Sri Radhakrishnan, nel tributare un ardente ossequio al Buddha, afferma :” In Gautama il Buddha noi troviamo un maestro della mente non secondo ad alcuno nell’intero Oriente per influenza sul pensiero e stile di vita delle popolazioni prese in considerazione. Inoltre è sacro a tutti come fondatore di una tradizione religiosa semplice e naturale più di ogni altra. Egli appartiene alla storia del pensiero umano, all’eredità culturale di ogni persona istruita perché giudicato con integrità intellettuale, sincerità morale, e sensibilità spirituale il Buddha è una delle più grandi figure nella storia dell’umanità.”

Nel suo The Three Greatest Men in History W.G.Wells scrive:” nella figura del Buddha tu vedi chiaramente un uomo semplice, leale, che combatte per la verità. Una personalità vividamente luminosa, ma non un mito.

Egli anche diede un messaggio a carattere universale. Molte delle nostre migliori idee moderne vivono in stretta armonia con i suoi insegnamenti. Tutte le miserie e i dolori delle persone sono dovute, come egli afferma, all’egoismo. Prima che una persona possa vivere felice essa deve cessare di vivere per i suoi sensi o solo per se stesso. Solo così ci si può immergere nella vera vita. Il Buddha, con differenti linguaggi, richiamò l’attenzione degli uomini verso la loro naturale autoindulgenza 500 anni prima di Cristo. In qualche maniera il Buddha è più vicino a noi e ai nostri bisogni. Egli fu più concreto del Cristo in relazione alla nostra importanza individuale e alle nostre attitudini naturali, e meno ambiguo circa l’immortalità dell’Anima come del Corpo.”

Alcuni affermano: “I Suoi insegnamenti sono un modello per tutta l’umanità. Nella Sua vita non c’è nessuna macchia.”

Altri dicono: “Più Lo conosco e più Lo amo.”

Il più semplice dei Suoi discepoli  potrebbe dire: “Più Lo conosco e più Lo amo;  più Lo amo e più Lo conosco.”

 


 

IL DHAMMA E’UNA RELIGIONE?

 

La risposta a questa domanda non può essere che negativa almeno nel senso comune di questa parola. Infatti il Buddhismo non è “un sistema di fede e obbedienza nell’adorazione di un essere superiore e invisibile.”

Il buddhismo non richiede fede cieca ai suoi seguaci perché ogni atteggiamento dogmatico viene negato e sostituito dalla “fiducia nella conoscenza” che in Pali si traduce con il termine di “Saddhaa”.

La fiducia che il seguace deve riporre nel Buddha, è assai simile a quella che il paziente nutre verso il suo medico, oppure quella dell’allievo verso il suo insegnante.

Il Buddhista inoltre confida negli insegnamenti del Buddha perché con la Sua esperienza scoprì il Sentiero della Liberazione.

Il Buddhista non cerca rifugio nella figura del Buddha nella speranza di essere salvato dal Suo sacrificio e penitenza per ottenere la Purificazione. Il Buddha non offre alcuna garanzia a questo riguardo. Non è nel potere del Buddha lavare le impurità degli altri.

Il Buddha offre consigli e istruzioni ma solo noi siamo responsabili della nostra purificazione.

Sebbene il Buddhista cerchi rifugio nel Buddha egli non compie alcuna fuga da se stesso. Un Buddhista non deve sacrificare la sua libertà intellettuale nel diventare seguace del Buddha. Ogni seguace è libero di esercitare la sua volontà e sviluppare al massimo la sua conoscenza fino a diventare anche lui un Buddha.

Il punto di partenza di ogni vero buddhista è il “ragionamento” oppure ”discernimento” oppure, con altre parole, Sammaa Ditti.

A coloro che sono animati dalla volontà di verità il Buddha dice: 

“ Noi non accettiamo per semplice sentito dire; noi non accettiamo tutto per semplice o consolidata tradizione; noi non accettiamo su semplice racconto o per voci raccolte qua e là; noi non accettiamo qualcosa giusto perché in accordo con le vostre scritture; noi non accettiamo alcunché per semplice ipotesi; Noi non accettiamo la semplice inferenza; noi non accettiamo qualcosa solo considerandone le motivazioni; noi non accettiamo qualcosa giusto perché è in accordo con  i vostri pregiudizi; noi non rifiutiamo alcunché solo perché sembra apparentemente inaccettabile; noi non accettiamo le parole di un maestro solo perché dobbiamo portargli rispetto.

Quando pensi tra te e te: queste cose sono immorali, queste cose sono maledette, queste cose sono separate dalla saggezza, queste cose, se perseguite o intraprese, conducono alla rovina e alla disperazione; allora, per i motivi qui detti, devi rifiutarle.

Quando pensi tra te e te: queste cose sono morali, queste cose sono irreprensibili, queste cose sono piene di saggezza, queste cose, se perseguite e  intraprese producono felicità e benessere; allora, per i motivi qui detti, dovrai scegliere di vivere in accordo con esse.”

Le ispirate parole del Buddha, pronunciate circa 2.500 anni fa, ancora conservano l’originaria forza e freschezza.

Poiché il Buddhismo non richiede, come sistema religioso e filosofico nessun atto di fede, qualcuno potrebbe credere che il Buddhismo sia alieno dalla venerazione di immagini sacre.

I Buddhisti non venerano le immagini sacre aspettando in cambio di ciò ricompense materiali o benefici spirituali ma mostrano così la loro devozione a ciò che queste immagini rappresentano.

Il vero buddhista nell’offrire fiori e incensi all’immagine del Buddha testimonia di sentire, presente dentro di sé, il Buddha ancora vivo e, ottenendo ispirazione da questa nobile personalità, respira la Sua compassione totale, assoluta, senza limiti.

Il Buddhista, nella sua idolatria, non fa che testimoniare al Mondo di muoversi lungo il nobile percorso esistenziale  disegnato dal Buddha.

L’albero del Bo rimane il simbolo dell’ ottenuta Illuminazione. Questo oggetto naturale non è necessariamente immagine di devozione ma è in realtà una pianta molto utile ed è capace di attirare l’attenzione delle persone. Una persona intellettuale è dispensata dalla loro adorazione, potendo questa stessa persona,  facilmente focalizzare la sua attenzione e visualizzare la figura del Buddha.

Per la nostra stessa salvezza e senza chiederà alcunché in cambio, noi esibiamo questa forma di rispetto interiore perché ciò che il Buddha si aspetta dai Suoi discepoli non è tanto obbedienza ma la pratica attiva dei Suoi insegnamenti. Dice il Buddha:  “colui che mi ama di più è colui che pratica i miei insegnamenti.”

Dice il Buddha: “Colui che conosce il Dhamma, conosce me”

In relazione al problema delle immagini qualcuno annota : “Io non vedo, al Mondo alcunché di più elegante delle immagini di Buddha: E’ l’incarnazione perfetta della spiritualità nella sua totale estensione esterna.”

E’ necessario a questo punto aggiungere che, nelle preghiere buddhiste, non c’è spazio per richieste o intercessioni. Per quanto possiamo invocare il nome  del Buddha, Questi non può intercedere per noi. Il Buddha non garantisce particolari dispense a chi lo prega. Al posto di vuote preghiere il Buddha indica la via della meditazione che conduce all’autocontrollo, alla purificazione, alla liberazione:  all’Illuminazione. 

Meditare non significa fantasticare in silenzio e neppure mantenere la mente vuota. E’ uno sforzarsi attivo e consapevole. La Meditazione può servire come tonico del sistema circolatorio, come per il buon funzionamento della mente. Il Buddha non solo parla delle preghiere come gesti inutili ma disprezza anche un comportamento troppo servile. Un Buddhista non prega per essere schiavo ma per poter, contando su sé stesso, ottenere la sua liberazione.

“ Le preghiere assumono il sapore di una privata comunicazione. Di un baratto con la divinità. Essa viene recitata con l’obiettivo di soddisfare ambizioni mondane, accendendo tutti i sensi della persona.

Come ben dice Sri Radhakrisnan:          “Possiamo affermare che la Meditazione è uno sforzo attivo per cambiare sé stessi. ”Il Buddhismo non ha, come molte religioni, un Dio onnipotente da obbedire e temere. Buddhista non crede ad un Essere Superiore: onnipotente, onnisciente, onnipresente. Il Buddhismo non crede nei miracoli e nei messia. Il Buddhista perciò non è obbediente ad un Dio che controlla i destini di tutti e offre, arbitrariamente pene o ricompense. Poiché il Buddhismo non  crede nelle rivelazioni degli Dei non reclama il monopolio della verità e non combatte le altre religioni.

Il Buddhismo riconosce solo infinite capacità latenti in tutte le persone e ammonisce che è possibile percorrere il sentiero che conduce alla liberazione dalla sofferenza e dal dolore con i propri sforzi, senza aiuti divini o mediazioni da parte del clero.

Il Buddhismo, perciò, non può essere considerato una religione in senso stretto, perché non è un sistema di fede, devozione e obbedienza;   neppure ”un atto esteriore e formale con il quale le persone ammettono l’esistenza di Dio o di più Dei che hanno potere sui loro destini e ai quali è dovuta obbedienza, ossequio e venerazione.

Se  con la parola “religione” vogliamo indicare: “un insegnamento non superficiale che guardi alla vita stessa delle persone; un insegnamento che sia “nella vita” e non solo “accanto ad essa”; un insegnamento che fornisca alle persone una giusta linea di condotta, rispettando questo punto di vista; un insegnamento che renda capaci coloro che lo praticano di affrontare la vita con coraggio e la morte con serenità” oppure un sistema che ci liberi da sofferenze, dolori e malattie, allora il Buddhismo è certamente una religione trale religioni.

 


 

 

 

LA RINASCITE

 

Fin quando la forza kammica esisterà, esisterà anche la reincarnazione perché gli esseri umani sono la semplice manifestazione visibile della forza kammica. La morte non è altro che un evento  temporaneo di una situazione temporanea. La vita organica è cessata ma la forza kammica che l’ha sostenuta fino a quel punto non è andata distrutta. Poiché la forza kammica rimane intaccata dalla disgregazione del corpo inteso come fenomeno transitorio; l’evaporazione del presente in un “morto pensiero fuggevole ” è la vera condizione per una immediata consapevolezza in una futura ri-nascita.

E’ il Kamma avviluppato dall’ignoranza e dalla bramosia che condiziona la lunghezza del ciclo delle rinascite.

IL Kamma passato condiziona l’attuale nascita, il Kamma presente, combinato con il Kamma precedente, condiziona il futuro. Il presente prende forma dal passato, diventando, a sua volta “parente” del futuro.

Se noi ipotizziamo una vita passata, una vita presente e una vita futura, abbiamo a che fare con il connesso, affascinante problema “Da cosa ha origine la vita?”

Un modo di pensare e risolvere il problema è ammettere una “causa prima”, intesa come Dio o Essere Onnipotente o sostanza originaria.

Alcuni osservano che in questo modo di ragionare si nasconde una tautologia oppure una equazione circolare: la causa diventa l’effetto mentre l’effetto diventa la causa. Questa posizione è ben illustrata dalla nota affermazione di Baruch Sinoza: “ Deus sive natura”.

Perciò il Buddhismo più prudentemente in relazione alla nascita della vita parla di Matrice di Azione (Kammayoni).

Per il fatto di essere nati “ qui” un essere umano deve anche morire in qualche luogo.

La nascita di un essere, nel mondo presente, corrisponde alla morte di un altro essere in una vita passata. Così in altri termini il sorgere del sole in un determinato luogo significa il tramonto dello stesso in un altro luogo.

Queste affermazioni, solo in parte enigmatiche, possono essere meglio intese guardando alla vita come “una grandezza indeterminata” e non come una “ grandezza determinata” o determinabile.

Nascita e morte sono solo due facce della stessa medaglia.

La nascita precede la morte, ma in un’altra situazione la morte precede la nascita. La successione di nascita e morte, in connessione con il fluire delle vite individuali, costituisce ciò che tecnicamente viene indicato con il termine di Samsaara; che può essere tradotto letteralmente come: “ rinnovato vagare”.

Su questo punto il Buddha dice “ Il Samsaara è senza una conoscibile fine.

Al primi inizio della vita, chi, ostacolato dall’ignoranza e oppresso dalla bramosia, vaga e passa oltre, non deve essere osservato.”

Il fluire della vita procede ad infinitum e, tanto più a lungo, quanto l’essere umano si nutre  del fango dell’ignoranza e della brama.

Quando questi due aggregati vengono completamente cancellati, solo allora , se uno così desidera, il ciclo delle nascite e delle morti cessa come nel caso del Buddha, degli Arahat e dei Boddhisattva.

Il Buddha ha sempre riflettuto sul ciclo delle vite degli esseri umani ma è compito degli scienziati indagare sull’origine e sull’evoluzione della vita e della materia che compone l’universo.

Il Buddha non fa alcun tentativo per risolvere definitivamente questo genere di problemi teologici e filosofico e scientifici tali da rendere perplesse le valutazioni dei singoli individui. Egli non tratta cose separate dal miglioramento morale fino all’Illuminazione.

Non chiede ai suoi fedeli fede cieca circa l’esistenza di Dio oppure se Questi sia solo “essenza”, separata dal Mondo, oppure “sostanza” e presenza.

Il suo interesse si limita al problema della sofferenza e del dolore, indicando i mezzi o procedimenti per la sua distruzione.

Con la mente ben attenta a questo specifico, pratico problema, tutti gli altri temi di riflessione, giudicati irrilevanti o indecidibili, vengono lasciati cadere.

Allora perché crediamo in una vita passata?

La prova più concreta che i Buddhisti citano a favore della rinascita è il Buddha stesso che sviluppò un tipo di conoscenza che lo rendeva capace di leggere le vite passate e quelle future.

Seguendo le sue istruzioni, molti Suoi discepoli si impadronirono di questa conoscenza e divennero ben presto capaci di leggere molte delle loro vite passate.

Inoltre nella tradizione indiana, prima della comparsa del Buddha, era nota la presenza di tali poteri psichici come la chiaroveggenza, la lettura dell’altrui pensiero, il ricordo delle vite precedenti, ecc.

Ci sono persone che, in disaccordo con le leggi dell’associazione mentale, spontaneamente attivano la memoria delle loro precedenti nascite, ricordando frammenti delle loro passate esperienze.

Così sono classificabili alcune manifestazioni psichiche, rilevate da numerosi operatori della mente, di strani casi di personalità “oscillanti” o “multiple”.

In stato di ipnosi, alcuni rivelano situazioni e immagini vissute durante le loro vite precedenti, mentre altri riescono a leggere le loro precedenti vite, oppure a sanare gravi malattie.

In alcune circostanze ci impattiamo in fenomeni che non possono essere spiegati senza la teoria della rinascita.

Quante volte incontriamo una persona totalmente sconosciuta e, allo stesso tempo, la avvertiamo come a noi familiare?

Quante volte visitando una località mai vista prima, abbiamo l’impressione di conoscere già quel paesaggio?

Dice il Buddha. “ E’, attraverso associazioni precedenti o attuali benefici, che il vecchio amore nasce di nuovo prendendo forma, dalle acque, come un fiore di loto.”

L’esperienza di affidabili psicologi e psichiatri, che raccontano di fenomeni medianici, di comunicazioni (a viventi) da parte di persone scomparse, di personalità “schizzoidi” o “multiple”, possono portare qualche contributo per illuminare il problema della rinascita.

In questo mondo ci sono stati, e ci sono, sublimi maestri perfetti come il Buddha e altre persone altamente rappresentative (Omero, Platone, Shakespeare, Mozart, Kant, Beethoven, ecc.). La loro ispirazione è stata immediata? La loro esperienza è frutto di una singola esistenza?

I caratteri ereditati da soli non bastano a giustificare l'immensità delle loro opere.

Come hanno potuto raggiungere altezze così vertiginose se non hanno condotto vite impeccabili e lavorato a simili esperienze nelle loro vite passate?

E’ solo frutto del caso se siamo nati in quella famiglia oppure in quel luogo, sotto così favorevoli circostanze?

I pochi anni che abbiamo il privilegio di vivere durante la nostra vita presente, sono sufficienti per creare una fama eterna?

E’ molto logico affermare che il presente scaturisca dal passato e che il futuro è in stretta relazione con il presente:

Così se noi affermiamo di essere già vissuti in passato non c’è nessuna difficoltà a credere che possiamo continuare ad esistere anche nel futuro, quando l’attuale esistenza è apparentemente cessata.

Un altro elemento a favore della possibilità di rinascita, è la ripugnanza morale che ciascuno di noi dovrebbe provare nel vedere che nel mondo, esistono persone meritevoli che sono sfortunate, accanto a persone ignobili che sono invece ricche e fortunate.

Sia se crediamo nell’esistenza di vite passate sia se non lo crediamo, la teoria della rinascita rimane un’ipotesi ragionevole, che può spiegare alcune contraddizioni della vita anche quotidiana.

Se l’idea di vita passata e la legge del Kamma non sono sufficienti a spiegare le differenze tra gli esseri umani, come risulta possibile che un autore come Shakespeare, con un’esperienza di vita limitata e ristretta, sia stato capace, con meravigliosa esattezza, di descrivere i più disparati tipi psicologici, le situazioni più estreme e tante altre cose di cui non ha potuto avere esperienza diretta?

Come mai l’opera di un genio travalica spesso la sua esperienza quotidiana? Perché infine esistono infanti  e bambini precoci?

Per concludere, si potrebbe dire che la dottrina della rinascita non può essere né negata né dimostrata,  ma i buddhisti la accettiamo come fatto evidente di per sé.

 

 


 

NIBBAANA

 

Il susseguirsi di nascita e morte continua ad infinitum finché tale flusso si trasforma, in Nibbaana, il vero obbiettivo di ogni buddhista. La parola di origine pali, Nibbaana, è formata da Ni e da Vaana. Ni è una particella di sapore negativo, mentre Vaana significa desiderare o bramare. Possiamo dunque tradurre Nibbaana come            “ separazione dalla bramosia” oppure , più semplicemente, “non attaccamento”.

 Può anche definirsi come estinzione della brama, dell’odio e dell’ignoranza. “ tutto il mondo è in fiamme – disse il Buddha – ma qual è il fuoco che lo fa ardere? E’ il fuoco della bramosia, dell’odio, dell’ignoranza; è il fuoco della nascita, della vecchiaia, della morte, del dolore, della lamentazione, della sofferenza, dell’afflizione, della disperazione”

Non si dovrebbe intendere il Nibbaana come uno stato di annullamento o di vuoto, per il fatto che non possiamo descriverlo attraverso le parole che usiamo nella nostra vita mondana. Uno non può infatti dire che non ci sono  luce e colore, solo perché esistono i non vedenti. E’ anche molto nota la storia del pesce che, dialogando con un altro pesce, concludono trionfalmente che non esiste terra ma solo acqua.

Il Nibbaana, per il Buddhista, non è semplice vuoto e neppure una condizione di annullamento, ma ciò che veramente è, non può essere raccontato con semplici parole. Il Nibbaana è un Dhamma che “ non ha origine, non ha nascita, non è frutto della Creazione, non ha forma.” E’ invece eterno (Dhuva), Desiderabile (Subha) e pieno di gioia (Sukha).

Il Nibbaana non può essere collocato in alcun luogo particolare e non può essere disegnato come una specie di Paradiso dove vivono gli elementi trascendentali dell’Io. E’ uno stato della mente che dipende dal corpo in se stesso. E’ un “risultato” che è presente nella ricerca di totalità, completezza, perfezione. Il Nibbaana è una condizione ultra- mondana che può essere conseguita anche nella presente esistenza. Il Buddhismo, non afferma che questa esperienza particolare della mente e del corpo può essere raggiunta nella vita dopo la vita. Questa, è la principale differenza tra la concezione Buddhista del Nibbaana e la fiducia in un eterno Paradiso, in cui è possibile entrare dopo la morte, per godere della visione di Dio come Essere Perfettissimo.

Quando il Nibbana viene raggiunto in questa vita con ancora la presenza del corpo viene chiamato Sopaadisesa Nibbaana-dhaatu. Quando un Arahat ottiene il Nibbaana, dopo la dissoluzione del corpo, quando l’esperienza fisica non è neppure un ricordo, allora viene definito come Anupaadisesa Nibbaana-dhaatu.

Da un punto di vista metafisico il Nibbaana è liberazione da sofferenza e dolore. Da un punto di vista psicologico il Nibbaana è la separazione dall’egoismo. Da un punto di vista etico è la distruzione della brama, dell’odio, dell’ignoranza.

A coloro che chiedevano se un Arahat viva o non viva dopo la morte il Buddha così rispose: “ L’Arahat che si sia liberato dei cinque aggregati, è profondo o incommensurabile come l’immenso oceano. Dire che egli è rinato, non descrive il suo caso; dire che né è rinato né   è non rinato, non descrive il suo caso.”

Non si può dire che un Arahat sia rinato se, nella sua vita, è riuscito ha cancellare tutte le passioni che condizionano la rinascita; neppure si può dire che l’Arahat si è estinto perché non era rimasto alcunché da estinguere.

Per concludere questo capitolo vogliano ricordare al lettore il noto paradosso del Gatto elaborato dalla fisica moderna, secondo il quale se noi abbiamo un gatto chiuso in una scatola con del veleno, non possiamo dire se il Gatto sia vivo oppure morto ma dobbiamo dire necessariamente che il gatto “è vivo e morto.” Questo è il tipo di risposta paradossale che il Buddha dà alle domande di tipo metafisico, come quelle relative all’immortalità dell’anima, alla struttura infinita, o meno, dell’Universo, ai fondamenti ultimi della Materia, ecc.

 

IL SENTIERO PER IL NIBBAANA

 

Come si può raggiungere il Nibbaana?

Questo può essere raggiunto seguendo le indicazioni del Nobile Ottuplice Sentiero che consiste nella giusta conoscenza (Sammaa-ditthi), nel giusto pensiero (sammaa-sankappa), nella giusta parola ( sammaa-vaacaa), nella giusta azione (sammaa-Kammanta), nella giusta attività o stile di vita (sammaa-ajiva), nel giusto sforzo (sammaa-vaayaama), nella giusta consapevolezza (sammaa-sati) e nella giusta concentrazione (sammaa-saamaddhi).

 

1.Giusta Conoscenza: questa è la nota centrale di tutto il Buddhismo e viene spiegata come conoscenza delle Quattro Nobili Verità. Il conoscere nella maniera giusta, significa conoscere le cose come realmente sono e non come sembra che siano. Ciò si riferisce principalmente alla corretta conoscenza di se stessi, perché come si afferma nel Rohitassa Sutta: “Dipendere dall’esperienza totale del corpo, sposandolo con il suo livello di coscienza, contiene già tutte le Quattro Verità. Il giusto grado di conoscenza sta bene all’inizio come anche alla fine. Un minimo grado di giusta conoscenza è necessaria all’inizio perché offre la giusta motivazione per proseguire verso gli altri percorsi dell’Ottuplice Sentiero: dà cioè la corretta direzione. Alla fine di ogni pratica la giusta conoscenza è maturata in Perfetta Consapevolezza Interiore (Vipacsanaa-pannaa) ciò conduce allo stato di Boddhisattva.

 

 

2. Una corretta conoscenza o consapevolezza, conduce ad un corretto modo di pensare. Il secondo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero, è composto da: Giusti Pensieri   (sammaa- sankappa). Lo sviluppo di Giusti Pensieri, aiuta anche a risolvere i problemi posti dalle contraddizioni esistenziali, quali bene e/o male, giusto/ingiusto. Il giusto modo di pensare può così essere esemplificato:

i)nekkhamma: rinuncia ai piaceri mondani e la pratica del distacco e dell’altruismo che sono opposti a bramosia, egoismo, possessività.

ii)Avyaapaada: amorevole bontà, gentilezza e compassione che si oppongono a odio, malvagità, villania, ecc.

4. Il retto pensare conduce al “giusto discorso”  come anche alla “corretta parola”. Ciò include l’assenza di menzogne, parole volgari, discorsi inutili.

5. Il giusto pensare, deve essere seguito dal Giusto gesto oppure Azione giusta. Ciò  comprende la condanna dell’omicidio, del furto, della condotta sessuale disdicevole.

6.Dopo aver purificato i suoi pensieri, le sue parole, i suoi gesti e le sue azioni il pellegrino del Dhamma deve ora purificare le sue attività tenendosi lontano da cinque tipi di commercio e produzione: i) armi. ii) esseri umani. iii) animali destinati alla macellazione. iiii) bevande inebrianti  o psicotrope. iiiii) veleni.

Agli aspiranti monaci sono espressamente vietati comportamenti falsi, opportunisti o ipocriti per ottenere l’ingresso nella Sangha

6. Il Giusto Sforzo può essere così ripartito:

 

lo sforzo di allontanare il male appena esso si presenta

lo sforzo di prevenire l’apparire del male non ancora presente

lo sforzo di sviluppare il bene non ancora presente

lo sforzo di promuovere il bene non ancora visibile                                                               

7.La Giusta Consapevolezza, è la consapevolezza costante del corpo dei sentimenti, dei pensieri e dell’oggetto della mente.

Giusto sforzo e giusta Consapevolezza conducono alla “giusta concentrazione”. E’ questo stato particolare della mente che culmina nella Jhana o vuoto meditativo.

Di questi otto elementi che compongono l’Ottuplice sentiero, i primi due sono raggruppati sotto l’etichetta di Saggezza (pannaa) le seguenti tre sotto il concetto di Morale (sila) e gli ultimi tre sotto il termine di Concentrazione (samaadhi). Ma secondo l’ordine della sua evoluzione la sequenza appare come segue:

1.Morale: i) giusta parola ii) giusta azione iii) giusta attività

2.Concentrazione: i)giusto sforzo ii)giusta consapevolezza iii) giusta concentrazione

3.Saggezza: i) giusta conoscenza ii) giusti pensieri

La moralità (Sila) è il primo necessario passo sul sentiero che conduce al Nibbaana.

Senza uccidere o causare danni ad alcuna creatura vivente, un seguace del Buddhismo dovrebbe essere compassionevole e misericordioso verso tutti, anche verso le piccolissime creature che si muovono sotto i nostri piedi. Tenendosi lontano dal furto, tutti dovrebbero essere giusti e onesti nelle loro azioni e nelle loro attività. Astenendosi da relazioni  sessuali disdicevoli, che indeboliscono la vera natura dell’essere umano, è possibile mantenersi puri. Liberatosi dalle menzogne e dalle falsità, il vero Buddhista dovrebbe sempre vivere nella verità. Rifiutando bevande inebrianti che producono stordimento e trasandatezza, il seguace del Buddha dovrebbe essere costantemente sobrio e controllato.

Questi principi elementari, elaborati per regolare i comportamenti individuali, sono essenziali per percorrere il sentiero che conduce al Nibbaana. La violazione di queste proibizioni significa porre ostacoli sul sentiero verso il Nibbaana, indebolendo la forza morale del praticante. L’osservanza di questi principi, produce una dolce, ma forte spinta per percorrere L’Ottuplice Sentiero. Il pellegrino del Dhamma, disciplinando pensieri, parole e gesti, può facilmente raggiungere uno  stato ancora più avanzato, cercando di controllare il flusso delle sue sensazioni.

Mentre si procede con calma e fermezza nel controllare sensazioni e azioni, la forza del Kamma, presente in ognuno di noi, può spingere a rinunciare ai piacerti mondani, adottando uno stile di vita ascetico.

 

Non dovrebbe invece intendersi che ognuno di noi sia costretto a condurre la vita di Bhikkhu o praticare la castità per raggiungere il proprio obiettivo.

Un particolare tipo di percorso spirituale ed esistenziale è sperimentato da chi diventa Bhikkhu.

Mentre un seguace laico del Buddha, può anch’esso aspirare a diventare un Arahat.

Una volta raggiunto questo livello, il seguace scrupoloso può diventare Boddhisattva o Santo.

Dopo di ciò, tutto questo porta a scegliere e condurre una vita monastica.

Dopo essersi assicurato un solido appoggio sul terreno della moralità il seguace del Buddha può affrontare la pratica più elevata della Samaadhi: la consapevolezza e il controllo della Mente.

Questa è la seconda tappa sul sentiero del Nibbaana.

Samaddhi è uno stato “intero” o assoluto della Mente. E’ la concentrazione della mente su di un suo “oggetto” con la completa esclusione di ogni altra irrilevante faccenda o esercizio.

Ci sono differenti situazioni o stati di meditazione a seconda dei diversi temperamenti individuali. La concentrazione sul respiro è la più facile per ottenere l’attenzione della mente.

La meditazione sull’Amorevole Bontà, è invece molto benefica per condurre ad uno stato mentale di serenità.

Il perseguire i quattro sublimi stati di: i) amorevole bontà (Mettaa), ii) compassione (Karunaa), iii) gioia condivisa (Muditaa), iiii) equanimità (Upekkha)  è sempre altamente consigliata.

Dopo aver attentamente considerato i vari stati di  contemplazione, concentrazione e meditazione, ciascuno dovrebbe scegliere quello che più si adatta al suo carattere o temperamento.

Quando tutto ciò si è sufficientemente sedimentato, l’aspirante buddhista, deve compiere uno sforzo persistente per indirizzare l’attenzione della sua mente fino al punto di assorbirla o occuparla completamente.

Solo allora, quasi meccanicamente, tutti gli altri pensieri scompaiono ipso facto, dalla sua esperienza mentale.

I cinque ostacoli ai procedimenti della meditazione, ovvero: 1) il desiderio dei sensi, 2) l’odio, 3) il torpore e la pigrizia, 4) irrequietudine o l’ansia, 5) il dubbio, vengono così temporaneamente sospese.

Si può in certi casi ottenere una “concentrazione” estatica e un senso di gioia indescrivibile e totale.

E’ lo stato di Jhaana che esperimenta la calma e la serenità della mente concentrata in un solo punto.

 


 

MEDITAZIONE SULL’AMORE BENEVOLO

 

Ripetere mentalmente almeno due volte al giorno seduto come nella meditazione sul respiro

 

Si stabile e pacifico:

 

Rendo onore al Buddha

Rendo onore al Buddha

Rendo onore al Buddha

 

Saluto nel Buddha la purea

Saluto nel Buddha la purezza

Saluto nel Buddha la purezza

 

Trovo rifugio nel Buddha

Trovo rifugio nel Dhamma

Trovo rifugio nella Sangha

 

(i non Buddhisti possono omettere questa premessa)

 

RIPETERE MENTALMENTE

 

La mia mente

è temporaneamente

pura

Libera

da tutte le impurità

Libera

dalla bramosia,

dall’odio,

dai pensieri malvagi.

La mia mente

è limpida e pura:

la mia mente

è immacolata

come

un lucido

specchio

 

Come un vaso

vuoto e pulito

Si riempie

di acqua pura

così riempio

il mio cuore

immacolato

E la mia mente

vuota,

Con pensieri

di nobiltà e pace

Di infinito,

benevolo

amore

Di gioia condivisa

Di perfetta equanimità

Ho appena lavato

La mia mente

e il mio cuore

Dal rancore

Dalla cattiva volontà

Dalla violenza

Dalla gelosia

Dall’invidia

Dall’angoscia

Dall’avversione

 

RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE

 

Possa io stare bene

e essere felice!

Possa io essere libero

dalla sofferenza!

Dalla malattia

Dall’angosci

Dal dispiacere!

 

Dall’ira.

Possa io essere forte

e fiducioso!

In salute e pace!

 

RIPETERE MENTALMENTE:

 

Ora io copro

ogni particella del mio corpo

dalla testa fino ai piedi

con pensieri

di infinito amore benevolo

e infinita compassione.

Io sono l’incarnazione

dell’amore benevolo

e della compassione.

Il mio intero corpo

è colmo

di gentilezza amorevole

e misericordia.

Io sono una fortezza invincibile

di amore benevolo

e compassione.

Io non sono altro

che amore benevolo e compassione.

Ho sublimato me stesso,

Ho innalzato me stesso,

Ho nobilitato me stesso,

 

RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE

 

Possa io stare bene

e essere felice!

Possa io essere libero

dalla sofferenza!

Dalla malattia

Dall’angoscia

Dal dispiacere!

Dall’ira.

Possa io essere forte

e fiducioso!

In salute e pace!

 

RIPETERE MENTALMENTE:

 

Con la mente

intorno a me

ho creato un’immagine

di benevolo amore.

A mezzo di questa immagine,

ho reciso

tutti i miei pensieri negativi,

le vibrazioni ostili,

e non sono afflitto

dalle cattive vibrazioni altrui.

Ho reso bene

al posto di male,

benevolo amore

al posto di ira,

compassione

al posto di crudeltà,

gioia condivisa

al posto di gelosia.

Ho la mente

pacificata ed equilibrata.

Ora sono difeso

dall’amore benevolo

e sono forte

della mia moralità.

Ciò che ho guadagnato

ora lo dono ad altri.

 

 

PENSARE COSI’

 

Pensa ora a tutti coloro che ti aspettano, singolarmente ho collettivamente e coprili di amore benevolo e indirizza loro voti di pace e gioia.

Pensa poi a tutti gli esseri viventi, a quelli che conosci e a quelli che non conosci, a coloro che ti stanno vicino e a coloro che ti stanno lontano, ad est come ad ovest, a sud come a nord, a quelli che stanno in alto a quelli che stanno in basso.

Irraggia amore benevolo senza riserve o indugi, verso tutti, senza badare alle differenze di classe sociale, di pensiero, di colore, di sesso.

Pensa a tutti come fratelli o sorelle, immersi nel fluire della vita.

Identifica te stesso con tutti.

Tu sei te stesso e tutti loro.

 

RIPETERE MENTALMENTE DIECI VOLTE:

 

Possano tutti i viventi

stare bene ed essere felici!

Augura loro pace e gioia.

 

 

 


 

AANAAPAANA  SATI

 

CONCENTRAZIONE O RESPIRAZIONE CONTROLLATA

 

Anapati sati significa letteralmente respirazione meditativa; anaa significa inspirazione e apaana espirazione. La meditazione sul resspiro conduce rapidamente a concentrare la mente su di un punto solo o singolo oggetto mentale. Alla fine di questo processo si può raggiungere lo stato mentale dello Sguardo Interiore Profondo che può condurre, a sua volta, alla condizione di Arahat e Boddhisattva

Il Buddha praticò a lungo la meditazione sul respiro prima di raggiungere l'illuminazione.

ventilate la stanza accendete un incenso mettete un poco in ordine il luogo dove avete deciso di meditare sono piccoli gesti che facilitano la concentrazione

stendete il tappeto della meditazione accanto ad un muro per i principianti questa è una prudente abitudine lo sguardo dovrebbe convergere ad est sedetevi non lontano dal muro con le gambe incrociate e il posto ben eretto con lo sguardo parzialmente inclinato gli occhi possono essere chiusi o appena chiusi.

I più Bravi possono stando seduti poggiare il piede sinistro sulla coscia destra oppure il piede desto sulla coscia sinistra a secondo delle condizioni di minor sforzo.

I Perfetti sederanno comodamente nella abituale posizione del loto quella illustrata in copertina

Fate alcune profonde respirazioni e poi far tornare il respiro regolare fate questo tre o quattro volte quando inalate più del normale ricordate di non forzare. Mentalmente potete contare che non interferisce con la purezza della meditazione dovete sempre ricordare che una espirazione è lunga almeno il doppio della relativa inspirazione e così inspirando e espirando, l lentamente molto lentamente noi pratichiamo la concentrazione luce per la mente e salute per il corpo

Dopo aver preso confidenza con questo tipo di meditazione una persona diventa consapevole che il cosiddetto corpo può essere privato di tutto ma non del respiro.

Coloro che sviluppano lo Sguardo Interiore Profondo otterranno la condizione di Arahat o Boddhisattva.

 

 

 

 

 

 

 

     
 

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